Stress e resilienza

Per l’individuo e per le comunità, i disastri le catastrofi o le emergenze rappresentano una sorta di sfida di fronte alle quali le modalità di risposta variano. Kobasa et. Al (1982) hanno ipotizzato che i soggetti che subiscono alti livelli di stress senza ammalarsi possiedono una struttura di personalità la cui caratteristica distintiva sia la resistenza ovvero la capacità di sopportare un evento critico contrapponendovi una forza possibilmente eguale ma contraria.

Personalmente ritengo che la resistenza può evolvere in resilienza nel momento in cui permette agli esseri umani non solo di non cedere sotto i colpi della vita, ma ancor di più, se possibile di ricostruire un equilibrio maggiormente adattivo e funzionale.

Il processo di resilienza riguarda la capacità di vivere il dolore e trasformarlo in forza, di sentire la rabbia e usarla come motore per il cambiamento, creando un futuro di speranza dalle ceneri della disperazione.

La resilienza non è una dote genetica. Si diventa resilienti attraverso un processo dinamico in cui le caratteristiche personali e quelle della situazione si condizionano reciprocamente. Un altro fattore che incide sullo stress per il proprio dolore è la flessibilità adattiva, ovvero la capacità di creare forza dalla debolezza, di accettare la  fragilità, la mancanza e l’imperfezione che ci caratterizza.

Il dolore per una grave perdita, come può essere il lavoro, una persona cara, quello che ci faceva stare bene, ci pone di fronte ai limiti della ragione. Spesso accade che quando il dolore è insostenibile, per sopravvivere si razionalizza con rigidità l’accaduto, si congelano le emozioni. Ma questa non è la via per la guarigione. In questi casi la capacità di razionalizzare, se troppo rigida, rischia di sacrificare la metabolizzazione dell’evento, cristallizzandolo in un eterno presente. La via verso la guarigione vede la persona “ammorbidirsi”, accettare il dolore della ferita, sperimentare la trasformazione della catastrofe in forza e la ferita in speranza.

Gli eventi particolarmente critici e potenzialmente traumatici mettono in risalto la natura eccezionale dell’uomo e come l’interazione con gli altri, con il mondo e con la storia condizioni il cammino di risoluzione dell’esperienza dolorosa.

La resilienza, quindi, non è solo una caratteristica individuale, ma comprende i gruppi, le famiglie e le comunità. Essa viene definita il processo attraverso il quale i membri fronteggiano e gestiscono le criticità e la crisi “insieme”.

Norris et. al (2009) considerano la resilienza come un set di capacità adattive e collegate in rete che includono aspetti chiave quali lo sviluppo economico, il capitale sociale, l’informazione, la comunicazione e la competenza di comunità.

 

 

 

Pubblicato il 05/05/2020 alle ore 12:50

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Paola Bianchi, psicoterapeuta
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